Il progresso è senza gas serra

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Gas serra, riscaldamento globale, cambiamenti climatici: un trinomio del terrore, una minaccia per il nostro futuro, una realtà che sembra imprescindibile da noi, dal progresso e dalla nostra evoluzione.
Basti pensare che stiamo crescendo a ritmi più che duplicati, con un’accelerazione demografica che il pianeta, prima di oggi, non ha mai conosciuto.
Uno degli studi più attendibili in merito risale alla metà degli anni ’90, ed è stato condotto da Carl Haub per conto di un’organizzazione non profit, la “Population Reference Bureau”; così, secondo lo studio “How many people have ever lived on Earth” (quante persone hanno abitato la terra), aggiornato nel 2002 e nel 2011, ai tempi di Napoleone sulla terra si raggiungeva il miliardo di abitanti. 123 anni dopo, un raddoppio: 2 miliardi. Nel 1960 raggiungevamo i 3 miliardi. E che è successo dopo, se oggi siamo 7,6 miliardi? La nostra crescita demografica, sebbene in Europa risulti in calo, resta altissima a livello mondiale. È anche quanto emerge dal rapporto delle Nazioni Unite, il “World Population Prospects”, che stima i 9,8 miliardi di abitanti nel 2050.
Come è possibile auspicarsi un futuro all’insegna della sostenibilità
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 quando saremo “ancora più stretti”, se già oggi il pianeta è minacciato dal nostro impatto ambientale?
Non siamo gli unici ad esserci posti questa domanda: da anni, ingegneri di tutto il mondo studiano soluzioni innovative per ridurre le emissioni di gas serra senza rinunciare al progresso. Dal momento che il sistema climatico del pianeta non può essere aggiustato di colpo, gli studi dimostrano che, per evitare l’irreparabile, le emissioni di gas serra devono iniziare a calare nel 2025, giungendo nel 2050 ad essere la metà di quelle attuali. Un traguardo lontano, al termine di un percorso fatto di fatica, studio e ricerca. Raggiungerlo, però, non è impossibile, e il percorso a ostacoli verso il rinnovabile è in molti paesi la realtà quotidiana.
In particolare sono Cina e India i giganti che contribuiscono maggiormente all’emissione di gas serra, e che dopo aver firmato l’Accordo di Parigi hanno varato programmi per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili (fonte principale di inquinamento).
Come? Alimentando la quota di energia proveniente da fonti rinnovabili come fotovoltaico, eolico ed idroelettrico.
A questo punto entra in soccorso anche la tecnologia, che interviene laddove le energie rinnovabili non possono garantire un sufficiente apporto energetico.
L’eolico e il solare, infatti, hanno picchi di produzione seguiti da altri in cui l’energia prodotta è nulla, dipendendo dalle condizioni climatiche (se non c’è vento e non c’è sole, non c’è energia).

Ad ovviare al problema ci pensano le Smart Grid, reti intelligenti capaci di “rilevare” il traffico sull’intera griglia e di indirizzare i pacchetti di energia dove c’è bisogno.
Altra strada è quella del passaggio ai trasporti elettrici, già ben avviato in Cina, dove l’elettricità che alimenta le vetture proviene da fonti rinnovabili.
Anche l’Unione Europea punta sulle rinnovabili. Come ricorda Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club (organizzazione che promuove tecnologie innovative contro i cambiamenti climatici), nel 2017 già l’86% della potenza elettrica in Europa derivava da fonti rinnovabili.
Piccoli grandi passi, potremmo dire: grandi nella misura in cui rendono davvero possibile un futuro sostenibile; piccoli perché la strada da fare è ancora molta, ma quello che importa è ricordare i tre capisaldi di quella che si sta profilando come la strategia energetica mondiale: energie rinnovabili, reti intelligenti, trasporti elettrici. Ne aggiungiamo una anche noi, che le riassume tutte: in una parola, sostenibilità!