Acqua potabile in Africa

Terzo continente per dimensioni e secondo in merito al numero di popolazione, l’Africa è un gigante fatto di natura incontaminata, grandi spazi aperti, stati, popoli e lingue diverse.

Proprio all’Africa appartiene un triste primato: quello di essere il continente più assetato. Dall’inizio del secolo infatti le stagioni delle piogge si sono fatte sempre più secche, anche a causa dell’inquinamento globale. Mentre gli animali allo stato brado compiono migrazioni lunghe fino a 3mila chilometri per trovare cibo e acqua, lo stesso non possono fare le popolazioni colpite dalla siccità. Negi ultimi anni la situazione è precipitata, arrivando a picchi di siccità come quello che, tre anni fa, seccò i campi e causò decine di migliaia di vittime tra uomini e animali. Da allora la situazione non è cambiata molto, e quest’estate 16milioni di persone si sono preparate, per il terzo anno di fila, a sopportare piogge quasi del tutto assenti, incredibilmente al di sotto della media stagionale. In particolare Somalia, Etiopia, Kenya, Tanzania e Uganda soffrono la sete. Sono 300milioni gli africani che non hanno accesso all’acqua potabile, e solo il 5% delle terre coltivabili è irrigato correttamente. La FAO, Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, ha lanciato l’allarme ed è emerso come il numero di persone con immediato bisogno di assistenza umanitaria sia cresciuto del 30% nel corso del 2017. Cercare una soluzione al problema è, oggi più che mai, una necessità globale, ed è proprio dall’Italia che giungono buone notizie grazie al progetto Flowered. Si tratta di un progetto, nell’ambito del Programma Horizon 2020, che è riuscito ad ottenere un finanziamento europeo per quasi 3 milioni di euro e di cui è partner il Centro di Geotecnologie dell’Università di Siena, a San Giovanni Valdarno. Accanto al team senese lavorano 14 unità di ricerca istituzionali e società private italiane, spagnole, inglesi, tunisine, etiopi, keniote e tanzaniane. Flowered opera nell’ambito dell’idrologia e del trattamento delle acque sotterranee a fini idropotabili, in tre aree della Rift Valley africana: Etiopia, Kenya e Tanzania. Una ricerca effettuata dal British Geological Survey e dall’ University College of London ha analizzato il quantitativo complessivo di acqua nel sottosuolo africano, dimostrando come l’Africa si trovi su un’abbondante distesa di riserve idriche. Il volume dell’acqua sotterranea è 100 volte superiore a quello dell’acqua presente esternamente sul continente. Le riserve più vaste giacciono in grandi bacini sedimentari in Nord Africa, in Libia, Egitto, Algeria, Niger, Chad e Sudan Occidentale. Queste riserve idriche sotterranee si sono riempite milioni di anni fa, quando il clima africano era più umido. Per questo, trivellare e raggiungere l’acqua immediatamente prosciugherebbe rapidamente bacini che non sarebbero più in grado di ripristinarsi data la scarsità di pioggia. Ed è proprio qui che interviene Flowered (acronimo di De-FLuoridation technologies for improving quality of water and agro-animal products along the East African Rift Valley in the context of adaptation to climate change) che ha l’obiettivo di contribuire allo sviluppo di un sistema di gestione sostenibile delle acque sotterranee. Le risorse idriche sotterranee africane contengono parecchi fluoruri, che sono, riportando le parole del comunicato del Centro Geo Tecnologie “naturalmente contaminanti di suolo e cibo nei paesi africani della Rift Valley”.

Per questo vanno trattate prima di essere utilizzate, tramite particolari tecnologie di defluorizzazione dell’acqua da destinare al consumo umano. In secondo luogo, andranno valutate politiche agricole sostenibili, creando un sistema di gestione idrica integrato, sostenibile e partecipativo. Un’iniziativa, Flowered, che migliorerà molto la situazione ambientale dei villaggi rurali etiopi, kenioti e tanzaniani, e anche la qualità della vita, della salute e della sicurezza alimentare.