7 brillanti tecnologie per ripulirci dalla plastica

Ormai lo sappiamo, siamo preparati, ma il monito “siamo sepolti dalla plastica” suona sempre più sinistro, specialmente per chi mastica abbastanza dati da comprendere che è davvero così:
335 milioni di tonnellate di plastica prodotte e disseminate ogni anno. Appena il 14% viene avviato al riciclo, mentre il resto finisce nelle discariche o, peggio, nella natura incontaminata.

Secondo i dati dell’Unep, l’agenzia per la protezione dell’ambiente delle Nazioni Unite, ben 8 milioni di queste tonnellate vengono disperse negli oceani, causando danni enormi. Si sminuzzano in minuscole particelle, dette microplastiche, che finiscono nella catena alimentare di moltissimi organismi marini, che le ingeriscono. I danni sono enormi, anche per l’uomo. Sappiamo che la soluzione è riciclare, trovare alternative alla plastica, impegnarsi per ridurne il consumo e l’utilizzo. Niente cannuccia di plastica, fare la spesa in sacchetti di carta, bere acqua del rubinetto munendosi di bottiglia di vetro.

Ma che ne sarà della plastica che abbiamo già disperso nell’ambiente? In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, che viene celebrata l‘8 Giugno dal 2002, grazie alla promozione da parte dell’associazione The Ocean Project, guardiamo al futuro con più fiducia e soprattutto speranza. Perché c’è chi ogni giorno studia soluzioni per liberarci dalla plastica che già inquina i nostri mari. A quella in produzione, o alla plastica di domani, invece, possiamo pensarci noi. Tra “rastrelli” oceanici e batteri in grado di digerire i polimeri, ecco 7 idee brillanti per ripulire il mondo dalla plastica!

1) La “scopa” oceanica: uno dei tristi simboli dell’inquinamento marino è l’isola di spazzatura nota come “Pacific Trash Vortex”, un’isola di rifiuti agglomerati dalle correnti tra la California e le Hawaii, grande circa 3 volte la Francia. Un disastro ecologico nelle mire di Boyan Slat, imprenditore olandese che ha ideato un progetto chiamato Ocean Clean up, che ha ricevuto 30 milioni di dollari di finanziamenti e che dovrebbe essere operativo da quest’anno. La sua invenzione consiste in un sistema di tubi galleggianti ancorati ad una zavorra e guidati dalla corrente, da cui pende una rete in grado di intrappolare la plastica fino ad una profondità di qualche decina di centimetri.

2) Separazione dei rifiuti: per evitare che la plastica raccolta finisca nelle grandi discariche, esistono sistemi progettati per separare automaticamente i diversi tipi di plastica dal resto dei rifiuti, come quelli studiati dal gruppo Hera, in Emilia Romagna. Si basano su lettori ottici capaci di distinguere i materiali a seconda del loro colore e di come riflettono la luce. Impianti in grado di trattare da 8 a 15 tonnellate di rifiuti ogni ora, contro le 5 tonnellate dei sistemi tradizionali.

3) Centrifuga plastica: Una volta raccolta, la plastica viene separata nelle sue varie tipologie, a seconda dei polimeri che la compongono. Per farlo, la società tedesca Flottweg ha ideato una centrifuga speciale in grado di separare le varie plastiche grazie all’utilizzo di un fluido specifico che ha un peso intermedio tra quello delle plastiche da separare. Quelle pesanti affondano, quelle leggere stanno a galla. Così grazie alla rotazione impressa dalla centrifuga le varie plastiche vengono differenziate.

4) Scomposta e ricomposta: solitamente i polimeri plastici vengono trattatavi con una serie di additivi che ne determinano colore, durezza, lavorabilità e resistenza. Per riciclare la plastica è necessario eliminare questi additivi, e grazie alla società olandese Ioniqa è possibile farlo rapidamente: grazie ad un liquido “magnetizzato” coloranti e additivi sono rimossi e si può ottenere materiale puro. Il materiale così ottenuto può essere riutilizzato per produrre contenitori per alimenti, e a Rotterdam ha già aperto un impianto funzionante, con un ritmo di riciclo di 10000 tonnellate al giorno.

5) Da rifiuto a combustibile: i rifiuti plastici possono trasformarsi in olio da usare per la produzione di altre plastiche o da convertire in energia. La BioCollection è una startup californiana che si propone di recuperare 5 tonnellate al giorno di pellicole e sacchetti dispersi nell’ambiente e di convertirli in nuova plastica, come le fibre di nylon.

6) Produrla dalle erbacce: una strategia molto efficace è quella che prevede di produrre la plastica in modo che sia biodegradabile, partendo da sostanze non inquinanti come amido di mais, grano e patate. La plastica così prodotta sembrerebbe avere un comportamento simile a quello della cellulosa una volta dispersa in natura, cioè non inquinate. Nel giro di un anno si è dissolta per l’80%.

7) Buon appetito: infine c’è chi la plastica… se la mangia! Avete capito bene, ci pensa un particolare batterio in grado di cibarsi di polimeri e di digerirli. La ricerca ha preso via nel 2016, quando fu individuato un batterio sconosciuto, l’Ideonella sakaiensis. Più di recente si è scoperto che anche un bruco, la larva della Galleria mellonella, la tarma della cera, sarebbe in grado di mangiare e digerire il polietilene. Non resta che dire… buon appetito!