Parlare alle piante fa bene (a loro)

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Tra realtà e fantascienza, una domanda si affaccia sulle labbra di chi è interessato agli affascinanti misteri della Natura: parlare alle piante fa bene anche a loro? Prendersi cura delle piante è terapeutico, distende i nervi, regala la soddisfazione di vederle fiorire rigogliose e di vedere noi circondati dai loro colori e profumi.
Dati i vantaggi in termini di
cura e benessere generati dallo stare a contatto con la Natura, fosse anche quella di un giardino o di un terrazzo, sappiamo che il legame tra uomo e piante e fiori esiste da sempre, da quando nacquero i primi giardini, o prima.
L’arte del giardinaggio è passata attraverso il rispetto della pianta e dei suoi tempi e una maggiore consapevolezza, e forse generazioni di “giardinieri chiacchieroni” hanno fatto sì che il “parlare alle piante” si diffondesse.
Il principo pseudo-scientifico dietro alla convinzione che faccia bene anche a loro è semplice: parlando emettiamo CO2, che le piante assorbono. La risposta scientifica (per davvero) smentisce questa teoria, perché la CO2 nel nostro respiro si dissolve troppo rapidamente perché le piante ne traggano giovamento.

Eppure le testimonianze non mancano.
Cleveland Backster è conosciuto per i suoi esperimenti di biocomunicazioe con le piante grazie all’uso del poligrafo, che lo portarono, negli anni ’60, a elaborare la sua teoria di “percezione primaria”.
Secondo Backster, le piante sarebbero in grado di percepire le nostre azioni e di provare “emozioni”, anche senza un cervello senziente, perché la fitta rete di vasi linfatici agirebbe in un modo simile a quello del nostro sistema nervoso.
Dieci anni dopo, l’agricolotore Josè Carmen Martinez sostenne di aver ottenuto lo straordinario raccolto delle sue terre grazie ad un costante dialogo con le piante, gettando le basi per l’impulso a comunicare con il mondo vegetale sopravvissuto nelle correnti New Age. Realtà e leggenda si incrociano lì dove è davvero bello e romantico poter pensare di comunicare empaticamente con le piante, forti e resilienti.
La scienza convenzionale, in termini di “comunicazione” della flora, ha qualcosa di molto interessante da dire: è appurato che le piante comunicano tra loro tramite segnali chimici, ambientali e fisici.
Gli esperimenti in questo senso sono numerosi e hanno condotto a risultati riconosciuti dal mondo scientifico, certamente sorprendenti per i “non addetti” ai lavori.
Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze, paragona la comunicazione delle piante a Internet: ogni estremità della radice è collegata alle altre da una rete, con ogni radice in grado di rilevare almeno 15 tipi diversi di parametri chimici e fisici dell’ambiente circostante.
Un bel vantaggio paragonato ai nostri 5 sensi!
Questo perché le piante sono organismi sessili, cioè con radici, ed è stata la loro immobilità a portarle allo sviluppo di strategie di sopravvivenza sofisticate, che le hanno rese molto più sensibili degli animali: il loro unico modo di resistere è capire quello che succede intorno a loro con grande anticipo, in modo da potersi modificare per  tempo.
Sono anche in grado di “memorizzare”, come dimostrano gli esperimenti di Mancuso insieme ai ricercatori della University of Western Australia. Il team ha sottoposto a diversi stimoli piante di mimosa pudica, un arbusto che chiude le foglie quando viene disturbato. La mimosa ha dimostrato di saper riconoscere gli stimoli dannosi e quelli non dannosi, memorizzando l’informazione.
C’è ragione di credere che le stesse piante che percepiscono gli stimoli dell’ambiente circostante siano in grado di “sentire” il dialogo con noi.
Così, oltre che fare auto-terapia, facciamo bene a loro.
Tra mito e scienza, come dicevamo all’inizio, vi lasciamo con una riflessione sugli esseri viventi che costituiscono il 99% della biomassa terrestre: la
biodiversità vegetale va protetta. Viene da chiedersi se l’intervento invasivo dell’uomo, tra fertilizzanti chimici e agricoltura intensiva, non stia privando le piante della capacità di adattarsi e comunicare, reagendo in modo autonomo alle avversità esterne.
La risposta sta in uno stile di vita sostenibile, che metta al primo posto la nostra terra-casa, e che ci spinga a recuperare rispetto e meraviglia per la vita che ci circonda, animale e vegetale.